i miei racconti

di Franca Caluzzi

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A volte i ricordi sono così preziosi che si ha paura di perderli

 

Di nuovo in valle Gesso

Il rifugio Bozano in valle Gesso


14 agosto 2009

     Ci sono ricordi e ricordi.
     Quelli belli diventano più belli con il passare del tempo. Si trasformano in fotografie dove i dettagli banali si perdono nella sfocatura dello sfondo e il soggetto centrale rimane indissolubilmente legato ai sentimenti provati allora.
     I miei ricordi più belli sono uniti a questa valle e il perché è presto detto. Qui ho vissuto la stagione più emozionante della mia vita. Gente in gamba mi ha legato alla sua corda, ho avuto fiducia paura e coraggio. Ho passato notti insonni a spiare l'arrivo dell'alba per la fretta di arrampicare, ho passato notti insonni a sperare nella pioggia per non dover arrampicare. Mi sono innamorata, con passione e senza riserve, della montagna.
     Passati indenni attraverso quarant'anni di vicissitudini li ho rimessi in gioco portandomeli appresso nella salita verso il rifugio Bozano. Non solo li ho rimessi in gioco ricalcando le orme di allora ma li ho tirati fuori dal guscio protettivo della memoria per regalarli a mio marito, il modo migliore per rischiare di perderli.
     Dunque sono tornata.
     E' una calda e bella mattina di agosto quando percorriamo con l'auto la sterrata che da Terme di Valdieri porta al Gias delle Mosche. E' presto e la valle è immersa nell'ombra, luoghi aspri e selvaggi che gli anni non hanno addomesticato. Un cartello in legno ci avverte. "Gias delle Mosche m. 1591 Vallone dell'Argentera Rifugio Bozano m. 2453". Saliamo nel bosco, ripido come tutto il sentiero che attraversa questo vallone, veloci e senza pause, perché la fatica ha una sua bellezza e perché, se due ore impiegavo allora per arrivare al rifugio, due ore voglio impiegare adesso. Dopo una prima fascia di bosco, fitto e ombroso, i larici e i pini si fanno più radi. Tocco le rocce, fresche, il sole nascosto dietro il massiccio dell'Argentera non le ha ancora sfiorate. Il sentiero passa sui ghiaioni. Sulla destra, lontana da noi, scorre l'acqua.
     L'acqua, in valle Gesso, è dappertutto e fa fiorire laghi bellissimi, il lago della Nasta i laghi di Fremamorta il lago del Claus solo per ricordarne qualcuno, piccoli o grandi specchi azzurri nel grigio delle rocce. Nella salita al Bozano non ce ne sono, solo quell'acqua che scorre alla nostra destra dove passa il sentiero usato dai pastori.
     I ghiaioni diventano a tratti una massa caotica di blocchi. Ciuffi verdi, bassi cespugli e qualche larice coraggioso si arrampicano tra le rocce. Il sole schiarisce le cime e a poco a poco scende a inondare la valle. Troviamo un cartello: "Bivio quota 2300. La traversata del vallone del Souffi è riservata ad escursionisti esperti. Bivacco Varrone h. 3,30. Rifugio Morelli h. 4,45". Se l'idea di una traversata ci aveva sfiorato il cartello provvede a farla sfumare. Continuiamo a salire tra gli sfasciumi. Dove i ghiaioni stanno per finire e si alza maestoso il massiccio dell'Argentera c'è il rifugio. Anzi due. Il vecchio e appena più su il nuovo, su un basamento circolare di pietre, il balcone tutto intorno e le imposte colorate di rosso. Sono passate due ore, giuste giuste.
     Arriviamo sullo stretto balcone che corre intorno alla costruzione e ci guardiamo intorno. Sopra di noi, incombente, il Corno Stella, elegante cima del massiccio dell'Argentera. Sulla sinistra la Catena delle Guide, alla destra il gruppo Madre di Dio. Sul versante opposto della valle riconosciamo la Cima di Fremamorta, la Testa di Bresses, il monte Matto. Vicini a noi, sulle panche, visi giovani di ragazzi e ragazze, corde scarpette moschettoni friends rinvii intorno agli zaini. Entro nel rifugio, saluto il custode e gli chiedo di indicarmi la cima Plent nella Catena delle Guide. Il custode è giovane e simpatico, vuole sapere perché mi interessa, me la mostra. Sulla Plent, una volta, ci aveva sorpreso un temporale furioso. Era tanta l'elettricità tutto intorno che la roccia friggeva. Avevamo gettato chiodi e moschettoni in un sacchetto e lo avevamo calato con una corda lontano da noi e poi eravamo scesi precipitosamente in doppia. Lassù avevo trovato, tra l'infuriare del temporale, un'automobilina rossa, schiacciata, testimonianza della sciagura aerea del 1963 quando su queste cime era precipitato l'aereo del re Saud d'Arabia con donne e bambini.
     Il custode ascolta serio i miei ricordi. La storia dell'aereo la conoscono tutti. Poi ci prepara una bella pastasciutta e ogni tanto si affaccia fuori del rifugio a osservare con noi i ragazzi arrampicare, chi sulla Ghigo nella Catena delle Guide chi sul Corno Stella. Piccoli puntini che sfidano la legge di gravità.
     Mi volto verso mio marito e dal suo sguardo complice so che mi capisce. Sembra che niente sia cambiato, l'atmosfera la stessa di allora, bella ed esaltante. Solo un cambio di guardia.
     I miei ricordi sono salvi.