i miei racconti

di Franca Caluzzi

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Un giorno, quando la festa dei miei cinquant’anni era già passata e dimenticata, ho cominciato ad andare in bicicletta. Mi ero presentata in negozio e avevo chiesto una bici. “Che tipo di bici? Da passeggio?” mi avevano chiesto. Ero uscita dal negozio con una bicicletta da corsa, le ruote sottili, il sellino affusolato, il manubrio curvo.

 

La bicicletta col manubrio curvo

1995

     L'avevo provata in un piazzale e dopo dieci minuti ero ritornata al negozio. "Voglio un manubrio dritto e più alto, non riesco a stare coricata sulla bicicletta". Non mi avevano dato retta e mi avevano suggerito di farci l'abitudine.
     In pochi giorni ci avevo fatto l'abitudine. Bassa sul telaio, le mani strette sul manubrio, le scarpe con le tacchette attaccate ai pedali, pedalavo lungo lo stradone che costeggia il Bisagno, tra le auto e i camion. Poi sono iniziate le salite. Infine l'allenamento consueto consisteva nel partire da casa mia, arrivare a Pino Soprano, salire alla galleria, scendere a Piccarello e risalire a Sant'Olcese e qualche volta a Casella. Conoscevo metro per metro questo percorso. Aiutata dal contachilometri fissato al manubrio dividevo con la mente il percorso in segmenti da un chilometro ciascuno. C'era la casa rosa al primo chilometro, la villetta col cancello al secondo, la Croce Bianca al terzo. Lanciavo un'occhiata alla chiesa, alta sulla mia sinistra, mettevo un rapporto agile e in piedi sui pedali affrontavo la breve salita e il curvone, micidiali, prima del cimitero e della galleria. Tornavo a sedermi sul sellino, mettevo la corona grande davanti e il pignone piccolo dietro, e il mio cuore ringraziava per la fine dello sforzo.
     Quando sono venuta ad abitare a Pino Sottano la galleria odorava ancora di nuovo. E infatti è stato a seguito della sua costruzione che è nata via Allende e il grande complesso scolastico, gli insediamenti del Pino Cembro e della Piana. Prima la strada finiva lassù. Una galleria breve che collega la Val Bisagno alla Val Polcevera e che sicuramente ha fatto aumentare il traffico su questa strada collinare. Io la percorrevo a velocità sostenuta e mi fermavo subito dopo, prima della discesa a Piccarello, per indossare la K-way. Da questa parte, curva sul manubrio e le mani pronte sui freni, potevo godermi la velocità e la carezza del vento.
     In bicicletta si è soli. Anche quando si è in compagnia è difficile chiacchierare, un po' per la fatica, un po' perché non si può procedere appaiati. Si è soli con i propri pensieri, con il ritmo del proprio cuore, un tutt'uno con la bicicletta che si inclina nelle curve, prende velocità nei brevi tratti rettilinei, rallenta alla pressione sui freni per poi accelerare in pochi istanti. In una discesa ripida e tortuosa la bicicletta è più veloce delle auto che dopo aver frenato a ogni curva hanno bisogno di tempo. Quando le incontravo le superavo e in un attimo ero a Piccarello.
     Poi iniziava la salita, questa volta più dolce. L'affrontavo scegliendo la corona piccola davanti e dietro un pignone medio, né piccolo né grande. Salivo immersa nei miei pensieri e a volte fantasticavo, la strada quasi deserta, il verde intorno e la mia fatica. Una gran pace. Succedeva però, anche abbastanza spesso, che mi raggiungessero dei ciclisti. I più tanti sfrecciavano lanciando solo un saluto, non avevano tempo da perdere. Ma qualcuno, meno di fretta, mi squadrava con sospetto e mi chiedeva dove avevo intenzione di andare. Si trattava di solito di gente della mia età, tutti maschi, ho incontrato poche donne in là con gli anni nella mia breve "carriera ciclistica". Il saluto era, e credo lo sia ancora adesso, obbligatorio. Bastava avere due ruote e i classici calzoncini col fondello lucidi e aderenti per sentire forte un senso di appartenenza a un qualcosa che ci accomunava. La bici.
     A questo punto scattava in me una molla. Mi tenevo bene a destra per facilitare il sorpasso, se necessario cambiavo rapporto, mi mettevo in piedi sui pedali e ce la mettevo tutta per non farmi distanziare. Quelli si voltavano sorpresi, sorridevano, qualche volta rallentavano. Se avevo la forza di arrivare con loro nei pressi di Crocetta d'Orero, quando la strada si allarga e spiana e in bici si corre veloci, mi mettevo "a ruota" sfruttando la scia. Mi sembrava di volare, trascinata da chi era davanti come se ci fosse stato un elastico. Al valico di Crocetta d'Orero, dove c'è la trattoria del Bado e la strada scende a Casella, li salutavo, lasciavo che l'ultimo del gruppetto mi sfilasse a lato, mi fermavo e controllavo il computerino sulla bici: 17 chilometri. E' ora di tornare, mi dicevo, altri 17 da percorrere in senso inverso, quasi tutti in discesa, salvo la salita da Piccarello a Torrazza, ripida ma non troppo, a misura delle mie forze.
     Non portavo il casco, il vento mi si infilava tra i capelli e sotto la maglietta lucida e colorata e se faceva caldo lasciavo la k-way infilata nella tasca. Le tasche sulle magliette da bici sono come il gonnellino di Eta Beta. Inesauribili. Ci stanno: la k-way, i manicotti, i guanti e il berretto, le chiavi e gli occhiali da sole, una barretta e Dio solo sa che cos'altro. La riserva segreta dei ciclisti. Il vento mi si infilava tra i capelli ma le fronde degli alberi erano immobili. Era il mio vento, quello prodotto dalla mia velocità, che in discesa a volte era davvero notevole. Non avevo paura.
     Quante volte questa strada, quante volte sono passata davanti alla Chiesa di Pino e al suo campanile. Ora che ho smesso di andare in bicicletta ci arrivo a piedi. E' la mia chiesa, la mia parrocchia, il mio paese. Potrei parlare delle infinite volte che mi inerpico a piedi lungo via di Pino, salita di Pino Sottano, viale di Pino Sottano, via alla Costa di Pino, via Borgo di Pino, un tripudio di strade e stradine che, forse per mancanza di fantasia oppure per un senso di appartenenza perché anche le strade sentono forte il senso di appartenenza, si chiamano Pino. Ma questa è un'altra storia che non c'entra con la bicicletta e la racconterò un'altra volta.