i miei racconti

di Franca Caluzzi

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Quando mi trovo sul crinale di un monte e di qua vedo il mare e di là la pianura mi vengono in mente le gocce d’acqua che il capriccio del caso sospinge di qua oppure di là.

 

La goccia d’acqua che voleva conoscere il futuro

 

 

     Nuvole leggere veleggiavano nel cielo. Una goccia d'acqua, minuscola, pensava al suo futuro. Le avevano detto che un giorno sarebbe diventata grande, pesante, e sarebbe precipitata giù, sulla terra o sul mare. Chissà che cosa le avrebbe riservato il futuro. La goccia giudicava le sue compagne superficiali. Ridevano, giocavano. Quando la brezza le trascinava si lasciavano sospingere senza un moto di ribellione. Passavano da una nuvola all'altra con leggerezza e abbandonavano le compagne danzando lievi sulle onde del vento. Non pensavano al futuro, non si facevano domande, si limitavano ad esistere. Lei no, ci pensava. Era per questo che loro si davano occhiate di intesa quando passava e mormoravano sottovoce ridacchiando.
     L'aria era tersa, senza foschie. La goccia ne approfittava per osservare i contorni dei monti, la geografia dei fiumi, la grande distesa del mare. Quando sarebbe venuto il momento la nebbia avrebbe coperto tutto e non avrebbe visto più niente. A mente aveva fatto un ripasso di quello che aveva imparato a scuola: la pressione, i venti, le trombe d'aria, la temperatura, i fulmini, la pioggia, la neve, la grandine. Sapeva cosa le sarebbe potuto capitare. Avrebbe potuto rotolare fino al mare o essere inghiottita dalla terra. Avrebbe potuto fermarsi a dissetare un albero o un fiore. Avrebbe mantenuto il suo aspetto o si sarebbe trasformata in un chicco di ghiaccio o in un fiocco di neve.
     Però non le bastava conoscere il futuro così in generale. Se possibile voleva sceglierlo il suo futuro e fare quello che poteva per realizzarlo. Sì, avrebbe fatto così, si sarebbe scelta il futuro. Aveva comprato un minuscolo paracadute e si era esercitata a lungo per poterlo governare nel vento. Non sarebbe stata lì a farsi sballottare dove volevano gli altri. Avrebbe deciso lei dove andare, restava solo da scegliere dove.
     Da lassù aveva visto una lunga striscia di monti. La striscia sembrava un nastro raggrinzito e piegato a metà nel senso del lungo, con la piega verso l'alto a formare le cime. Metà nastro si appoggiava dolcemente alla terra e questa era piatta, larga, attraversata da fiumi che dall'alto sembravano pigri. L'altra metà si infilava a picco nel mare. La goccia avrebbe voluto finire da questa parte, a picco sul mare. Rotolare sui fianchi scoscesi dei monti come se fossero un immenso toboga. E finire nel mare azzurro dove le onde si frangono sugli scogli. E diventare salata. Nuotare in acque limpide, accarezzata dal cullare delle onde. Sì', quello era il futuro che desiderava. Il suo futuro.

     Un giorno aveva cominciato a ingrassare. La sua nuvola viaggiava veloce poco sopra la cima dei monti e folate di nebbia salivano dalla terra e le si fermavano accanto. La nuvola era diventata grande e scura e la sua parte più bassa si scontrava con le cime. I lampi illuminavano il cielo e tuoni terrificanti squarciavano l'aria. Tutto era successo così all'improvviso. Con gesti decisi la goccia aveva indossato il minuscolo paracadute e l'aveva fissato al moschettone. La bussola sulla cintura sembrava impazzita e sotto di lei c'era il buio. Come la notte più fonda. Impegnata com'era a manovrare i cavi la goccia non si era accorta che tante compagne che nella nuvola abitavano i piani più alti erano già scese. Le erano passate a fianco precipitando veloci mentre lei era ferma.
     La sua nuvola intanto, da nera che era, si sfilacciava e diventava più chiara. Filtrava il sole, i lampi non illuminavano il cielo e i tuoni tacevano. La goccia sudava, dimagriva e perdeva le forze. Le era preso paura, tremava. Armeggiando frenetica si era sfilata l'imbragatura e ora precipitava veloce mentre il minuscolo paracadute era rimasto lassù a farsi dondolare dal vento. L'aria scaldata dal sole le scottava la pelle e lei dimagriva, dimagriva. Fino a che, come un cerino che quando s'infiamma sparisce, si era dissolta in vapore.

     Delusa, il suo sogno infranto, vedeva le pareti scoscese dei monti e l'acqua del mare lontane. Piangeva. Scossa dai singhiozzi non si era accorta che altre gocce vicino a lei stavano piangendo anche loro. Le lacrime, tanto minuscole che di più non potevano essere, brillavano. Erano rosse, arancione, gialle, verdi, blu, indaco e violette e tutte insieme si davano la mano. Facevano un grande cerchio nel cielo. Anche se non l'aveva mai immaginato era questo il suo futuro, un grande ponte rotondo, un arco tanto grande che univa i monti e il mare, il cielo e la terra, tanto bello che tutte le creature laggiù avevano alzato gli occhi al cielo per ammirarlo, tanto colorato perché conteneva tutti i colori del mondo, bellissimo e splendente di luce.
     L'arcobaleno.
     E domani? Domani, chissà.