lemiegite
:
  home   /  data per data   /  i monti   /  gli anni '60  /   le traversate   /   lo sci    

HOME PAGEGite Bric del Dente, Bric Dentino (o Bric della Saliera) e Bric Praioli 

www.escursioniliguria.it

7 novembre 2015 Bric Praioli da Vara Inferiore (ritorno a Tiglieto)
27 agosto 2015 Bric del Dente da Rossiglione
11 agosto 2015 Bric del Dente da Masone
27 luglio 2014 Valle del Rosto da Acquabianca
11 luglio 2014 Bric Dentino, Bric del Dente e Monte Giallo dal Sambughetto (sella ovest del Geremia)
17 maggio 2014 Bric del Dente da Fiorino
14 aprile 2014 Bric Dentino da Masone (ritorno a Tiglieto)
7 aprile 2014 Bric del Dente da Masone (ritorno a Tiglieto)
4 settembre Bric del Dente 2010 dal Passo del Faiallo
31 agosto Bric del Dente 2010 da Masone
7 maggio Bric del Dente 2009 da Fiorino
26 agosto 2008 Bric del Dente da Badia Tiglieto per Vara
15 novembre 2007 Bric del Dente da Fiorino per Campoligure
14 novembre 2006 Bric del Dente da Campoligure
17 marzo 2005 Bric del Dente da Campoligure per Fabbriche
22 gennaio 2004 Bric del Dente da Campoligure per Crevari
11 ottobre 2001 Bric del Dente da Voltri
25 agosto 1998 Bric del Dente dall'Acquabianca
2 maggio 1993 Bric del Dente dalla Maddalena
16 giugno 1991 Bric del Dente da Masone
7 maggio 1989 Bric del Dente da Fiorino
agosto 1987 Bric del Dente da Campoligure
luglio 1987 Bric del Dente dall'Acquabianca

7 novembre 2015 - BRIC PRAIOLI da Vara Inferiore (ritorno a Tiglieto)

Stefano, Gianni, Franca

Oggi esploriamo la zona alle spalle del Faiallo, quella che dal Bric Praioli scende all’Acquabianca.
Partiamo da Vara (ore 8,30) in una splendida e mite giornata di sole e saliamo lungo il sentiero che passa dalle case ormai abbandonate di Brescia e di Mrizu.
Brescia, Mrizu e poi Mondamito e Vassuria: questo percorso non è mai stato preso in considerazione per tracciare l’itinerario di un’escursione e invece meriterebbe un segnavia.
Alla Colla Vassuria incontriamo il cerchio giallo che va al Faiallo, passiamo davanti alla Cappella dei Cianetti edificata da un valligiano per ringraziare la Madonna di averlo salvato dall'aggressione dei lupi e lo seguiamo fino a Case Zanotta dove svoltiamo a sinistra per la sterrata verso nord che costeggia le pendici del Bric Dato e finisce a Ca’ Dato.
Da qui continua un sentiero panoramico che attraversa la prateria. Davanti a noi il Bric Praioli con i colori bruciati dell’autunno che si stagliano nel cielo azzurro mentre all’orizzonte fanno corona le alpi innevate.
Dopo alcuni tratti di bosco nella zona chiamata Foi Lunghi – faggi lunghi? - siamo alla sella sul versante nord-ovest del Bric Praioli (ore 11,30) che si innalza sulla nostra destra.
Stefano ci tiene in modo particolare a raggiungere la cima perché tanti anni fa, quando era ragazzino, c’era venuto a sciare con gli amici, su e giù sulle pendici allora completamente prative. Da allora il paesaggio è cambiato perché sono nati e cresciuti tanti faggi che le hanno rivestite almeno in parte.
Bellissimo è il contrasto cromatico che oggi si può godere dalla vetta guardando verso sud: i colori cupi e brillanti delle cime vicine e l’azzurrino sfumato di quelle più lontane che si allungano sul mare, dove indugia pigro un velo di foschia. Bellissimo è il panorama verso nord con il Re di Pietra che svetta all’orizzonte.
Il Bric Praioli è un’elevazione di 1074 metri che fa da spartiacque tra la Valle del Rosto a ovest e quella del Rio Baracca a est. Oggi noi scenderemo nella Valle del Rosto seguendo un sentiero che non ho trovato nelle carte, che non è mappato e che non ha segnavia. Per quel che ne sappiamo il sentiero potrebbe perdersi nel bosco.
E invece no, la traccia è ben marcata e anche su questa sarebbe bello che ci passasse un itinerario con tanto di segnavia. Dapprima percorre lunghi tratti pianeggianti e poi scende decisa sempre in direzione nord fino a congiungersi, intorno ai 770 metri di quota, al sentiero del triangolo giallo.
I ruderi della Gattazzè sono vicini e in pochi minuti li raggiungiamo (ore 12,45). La differenza  tra come si presentavano venti, trent’anni fa e come invece ci appaiono adesso è impressionante. Perché allora si trovavano in mezzo a un’ampia radura e ora invece sono soffocati nel bosco. Resiste ancora quella che era stata una bellissima cappella mentre la casa padronale dei marchesi Raggi che qui avevano la tenuta di caccia è ormai solo macerie. Non solo per la neve e la pioggia e il tempo che è passato ma anche per un incendio divampato tanti anni fa.
Scrive Massimo Zagarella di Acquabianca:  “ho ancor ben vivo in mente il "palazzo" della Catazzè ( o Gattazzè, come altri la chiamano), bianco, maestoso, con i suoi rasi di velluto rosso, con i suoi stupendi mobili antichi, con i suoi libri: tutto in cenere, in un giorno di luglio dei primi anni '70, mentre il vento, al solito, spirava forte da sud.est”
Poco sotto, in una piccola radura che ancora ha resistito all’avanzare del bosco, ci fermiamo a mangiare. Poi riprendiamo il cammino e al bivio con il sentiero per l’Acquabianca (tre pallini gialli) scegliamo di proseguire sul triangolo giallo che ci porterà a Tiglieto.
Incontriamo un’altra casa abbandonata: Ca’ Cherubina (o Carrubina) che insieme alle altre case della valle del Rosto ci racconta un pezzo di storia particolare “perché - è sempre Zagarella che parla - i Raggi già dal 1600 erano, e sono tuttora, proprietari di queste terre, una volta territori di caccia e di vacanza, di fattori e di manenti”
Il sentiero precipita ripido verso il fondo della valle dove il Rio Rosto e il Rio Baracca si incontrano e danno vita al Torrente Carpescio. Qui, intorno ai 540 metri di quota, ci aspettano due guadi, uno di seguito all’altro, che oggi possiamo superare senza problemi.
Poi  proseguiamo in piano per la Ferriera, una piccola e antica borgata sul fiume e una targa curiosa che recita “Piazzetta delle chiacchere”. Chiacchere e non chiacchiere come sarebbe corretto. Poco dopo sbuchiamo sulla provinciale nei pressi del ponte Pizzorno che stanno ristrutturando.
Ma la gita di oggi ci riserva ancora dei bellissimi scorci perché Tiglieto è lontano e noi abbandoniamo ben presto la strada principale per passare tra minuscole borgate, tra stradine e sentieri che le attraversano. Un lungo saliscendi che si snoda più in basso della provinciale e tocca gli abitati di Case Minetti, di Case Gerla e di altre di cui non ricordo il nome.
Ancora un guado, questa volta sul Rio Gerla,  un’ultima breve salita, un solido ponticello in legno che ci porta in paese. Il campanile della chiesa di Tiglieto ha suonato da poco tre rintocchi. Sono infatti le 15,15 quando sul viale che porta alla casa di Stefano e Chiara incontriamo il nostro nipotino: bellissimo, sprofondato in una nanna popolata di angioletti, pronto a fare la sua passeggiata.
Per noi 6 ore di cammino, 18 chilometri di sviluppo, 600 metri di dislivello in salita e 800 in discesa.


27 agosto 2015 - BRIC DEL DENTE da Rossiglione (discesa alla Sella del Barnè)

Stefano, Gianni, Franca

Ci sono itinerari vicino a casa che Stefano non ha mai percorso: la scelta di salire al Dente da Rossiglione è per colmare questa lacuna. Venite anche voi? ci ha chiesto e così ci siamo dati appuntamento alla Sella del Barnè sulla provinciale del Faiallo tra il Dente e il Monte Giallo.
Il Dente da Rossiglione è distante abbastanza da farci scartare l’idea di andare avanti e indietro e preferire invece la traversata. Per questo lasciamo una macchina alla Sella del Barnè e proseguiamo con l’altra fino a Rossiglione dove posteggiamo nel piazzale della stazione. Il tempo è bello ed è tornato il caldo, per fortuna mitigato da una piacevole brezza.
Ore 8,40 - Attraversiamo il caratteristico ponte pedonale sullo Stura e il bel borgo antico di Rossiglione Inferiore fino a trovare, sulla provinciale, il segnavia del rombo giallo pieno. Il percorso si snoda da nord a sud sulla linea di spartiacque, tra lo Stura e il Gargassa fino al Passo Fruia e tra lo Stura e l’Orba dal Passo Fruia al Dente: lo Stura sulla nostra sinistra e cioè a est, il Gargassa prima e l’Orba poi sulla destra e cioè a ovest.
Dapprincipio l’ambiente è bucolico: il bosco, i pascoli, la radura della cascina Broglio dove abbiamo un attimo di incertezza sul percorso perché i segnavia, ben visibili e pitturati di recente, nei bivi sono invece carenti, grandi alberi di castagno che costeggiano l’ampia mulattiera e di nuovo praterie verdeggianti.
Poi si inasprisce e rimangono solo i ciuffi dei bassi pini contorti a dare un po’ di colore ai sassi del sentiero che corre a mezzacosta sulla val Gargassa. E’ una zona particolare quella disegnata dal torrente Gargassa, uno dei paesaggi più sorprendenti del Parco del Beigua che ricorda valli esotiche molto distanti dal nostro Appennino.
Uno degli aspetti più curiosi di questo luogo è dato dalle rocce che formano la valle e che ne fanno un sito di grande interesse geologico. Si tratta di conglomerato (la stessa del promontorio di Portofino e dei torrioni del castello della Pietra di Vobbia), una formazione sedimentaria costituita da una matrice di fine cemento che incorpora ciottoli di maggiori dimensioni. Sono i depositi di un antico fiume, vecchio di milioni di anni, che in questi luoghi ha formato strati assai spessi, adesso tagliati dal torrente Gargassa (tratto da un articolo di genova.mentelocale.it).
Superiamo il colletto Mayolo (o Colla della Zucca)(ore 10,15) e quando il sentiero sale ripido tra l’erba alta punteggiata qua e là da radi pini e bassi cespugli raggiungiamo i ruderi di Pràa Soudàa. “Prato consolidato” con scarsa vegetazione e dove la terra si presenta compatta e argillosa. Il nostro sentiero corre sullo spartiacque e qualche volta si tiene più basso e attraversa a mezzacosta la Val Gargassa. Qui troviamo i ruderi della Cascina Viotta che prende il nome dalla famiglia Viotta, che fu fra le otto famiglie consortili che ebbero il potere in Rossiglione Superiore tra il ‘300 e il’700. Trovo queste note sul libro Beigua Geopark di Andrea Parodi e che l’autore ha tratto dall’Atlante toponomastico delle valli Stura e Orba.
A mezzogiorno meno un quarto sbuchiamo sulla stradina asfaltata che arriva da Campoligure e va ai pascoli del Monte Pavaglione. Il Dente è lontanissimo e il ritardo sulla tabella di marcia pauroso: colpa mia, colpa di Gianni, non certo di Stefano che comincia a guardare l’orologio e pensa a Chiara e Alessandro che lo aspettano.
Mi sembrano pascoli magri, dove le mucche faticano a trovare di che saziarsi, circondati da terreno incolto con l’erba alta e secca e con una grande stalla: Ca’ dei Prai, casa dei prati.
La fretta di arrivare al Passo Fruia ormai vicino ci fa accelerare il cammino ma io tribolo lo stesso perché se Stefano fosse solo volerebbe.
Importante crocevia di antiche mulattiere, è noto anche come Colla di Masca, Passo Fruia o Colle della Frua (la früa è la “ballotta”, la castagna secca che viene consumata bollita). Il toponimo Colle dei Ferri (Colla di Fèri) trae origine dal fatto che qui transitavano i portatori di ferro (spallaroli) provenienti dalle ferriere della Valle Stura (dal libro Beigua Geopark di Andrea Parodi e dall’Atlante toponomastico delle valli Stura e Orba). Aggiungo solo che masca significa strega e qui intorno c’erano evidentemente tante streghe visto che il toponimo ricorre in più punti: Colle di Masca ma anche Colle di Cima Masca e Bric di Masca.
Questo passo segna la fine dello spartiacque Stura-Gargassa e l’inizio di quello tra lo Stura e l’Orba.
Ormai ci sentiamo vicini alla nostra meta: siamo sul percorso fatto appena due settimane fa quando con Gianni sono salita al Dente da Masone. La pioggia ha riempito fino all’orlo le vasche dell’abbeveratoio, il Dente si avvicina e siamo alla sella di Prato della Saliera. Contorniamo il Bric Dentino e affrontiamo la ripida salita lungo le pendici nord del Dente.
Ore 14,20 - Eccoci arrivati! La macchina è laggiù in basso, sulla strada del Faiallo.
Il mare si perde nella foschia, il promontorio di Portino sembra galleggiare sospeso sul mare. Un venticello leggero mitiga l’afa. Verso nord possiamo osservare l’interminabile percorso appena compiuto.
Ed ora giù lungo il ripido sentiero della via diretta che corre tra le rocce del versante est fino a raggiungere, e intanto si sono fatte le tre, la Sella del Barnè e la nostra macchina.
Quasi 15 chilometri lo sviluppo della traversata, quasi 1100 i metri di dislivello percorsi in salita, oltre cinque ore di cammino effettivo (ma i tempi sono sicuramente dilatati). Ambiente vario e mai monotono.


11 agosto 2015 - BRIC DEL DENTE da Masone

Gianni, Franca

Alle 8 e mezza siamo nella piazza della chiesa di Masone, il paese dove sono nati i nonni di Gianni e dove l’estate passava le vacanze: è un racconto a quattro mani, punteggiato di ricordi.
Non ero mai entrata nella Chiesa di Cristo Re, incredibilmente imponente e sontuosa. Tanto grande che mi fa venire in mente il Santuario della Guardia. Dal piazzale, che oggi è inondato di sole, partono diversi segnavia ma non i due quadrati gialli pieni che cerchiamo noi. Li troviamo più avanti, lungo la strada della Cascata del Serpente, provenienti dal Mulino.
Passiamo sotto il viadotto dell’autostrada, poi sul ponte del Rio Masone che ci porta nell’altro versante della vallata, per seguire la sterrata che si stacca sulla destra verso Casa Ronchetto.
“Mio nonno mi parlava spesso del  Ronchetto, che è l’ultima casa prima della giogaia. Non so se passava di qui quando andava a portare la polenta ai suoi fratelli che facevano l’erba sul Dente, ma per andare a mangiare i ravioli all’Acquabianca ci passava di sicuro. Pensa che è la prima volta che ci vengo. Mi parlava anche di Pestummu, che non so se è solo il nome del torrente o anche di una cascina, ma diceva:  Postumia. Come l’antica via romana.”
Più su lasciamo la strada ed entriamo nel bosco. Al di sopra degli alti pini si possono osservare il Monte Giallo, il Bric del Dente e la depressione della Sella del Barnè che li divide.
Ore 10 - Al cartello con scritto Passo della Fruia - che si chiama anche Colle di Masca - lasciamo i quadrati gialli che vanno verso il Colle di Masca e seguiamo invece il percorso, più breve e diretto ma con un dislivello leggermente superiore, che è stato segnato di recente con tre pallini gialli e passa sulla dorsale salendo al Bric Masca. Querce, pini, sorbi, noccioli e alti brughi di un verde tenero ci accompagnano verso le praterie dove troviamo il sentiero che proviene dal Colle di Masca con i segnavia rombo giallo pieno (da Rossiglione) e triangolo giallo vuoto (da Campoligure). Sarà quest’ultimo simbolo ad accompagnarci fino in vetta.
“Mio nonno era piccolo quando i suoi fratelli andavano a far l’erba sul Dente. Su questi prati oppure più su, non so.  Sono prati magri, pieni di pietre. Ma c’era poco bosco allora. Mio nonno era un ragazzetto e lo mandavano sul Dente a portare da mangiare ai suoi fratelli. Polenta e formaggio dentro a due piatti fasciati da una salvietta legata con un nodo. I fratelli si fermavano a dormire lassù e lui scendeva e si portava  un po’ del fieno già tagliato. Un carico leggero perché era poco più che un bambino. Avrà avuto una corba per portarlo giù, non so. Io avevo sette anni quando sono venuto sul Dente con mio papà e mia sorella, è stata la mia prima gita.”
Ai lati del sentiero l’erba è alta e c’è una fila di vasche per abbeverare le bestie che però non si vedono in giro, il Dentino è fasciato dal bosco e il Dente da questo versante è coperto anche lui  di vegetazione.
Più avanti c’è un cartello con scritto “Saliera”. Non so se c’è ancora qualche rudere che la ricordi ma io non ho visto niente. So solo che era un edificio fatto costruire dalla Repubblica di Genova e che serviva da deposito per il sale.
“Mio nonno mi parlava della Saliera, chissà se a quei tempi c’era ancora qualcosa. Fino ai piedi del Dente  per fare erba! Non saranno mica stati scemi a fare tanta strada se avessero potuto farla più vicino. Si vede che qui potevano e giù no. Mica venivano come facciamo noi, perché ci piace, era una vita dura, di fatica.”
A una decina di minuti un altro cartello: “Bric Dente 0,15”. Che bello, penso io, un quarto d’ora e siamo arrivati. Ma è un cartello bugiardo perché dopo quindici minuti siamo ancora distanti. Inizia per me la parte più faticosa della gita perché l’ultimo tratto è ripido e perché fa caldo.
Saliamo le roccette che ci dividono dalla cima e siamo al cippo sormontato dalla piccola croce trasparente (ore 12,10). Il panorama si perde nella foschia. Il mare si confonde con l’orizzonte.
“Scendiamo dalla diretta o facciamo il giro?” Mi pento subito di aver scelto la via meno ripida ma ben più lunga che contorna il Dente: il sole, in quest’ora che è allo zenith, e l’assenza di un refolo di vento che spira soltanto, e non sempre, nel punto più alto del crinale, rendono l’aria rovente.
Mentre ci avviciniamo alla Sella del Barnè, con la prospettiva di salire al Monte Giallo che abbiamo di fronte per proseguire lungo l’Alta Via verso levante fino alla sella prima del Forte Geremia, ci tenta l’idea di percorrere invece un tratto della strada del Faiallo come se fosse più breve. Idea per fortuna subito abbandonata. Questo, sul versante marino, è oggi, per via del caldo, il tratto più faticoso della gita.
Sul Monte Giallo, tra le praterie bruciate dal sole, incontriamo un ragazzo e i genitori, francesi, che arrivano dal Geremia. Non un filo d’ombra tra i cespugli di erica di un viola sbiadito tra l’erba color delle stoppie.
Quando finalmente scendiamo a toccare la provinciale del Faiallo, nella sella tra il Monte Giallo e il Forte Geremia dove c’è il Prato Sambughetto, possiamo finalmente ripararci nel versante nord, ombreggiato dal bosco. Con qualche dubbio però, perché il sentiero, con il segnavia di due rombi gialli vuoti, sembra tornare indietro verso il Dente. Ma dopo un primo tratto pianeggiante e anche in leggera salita, scende poi verso Masone.
“Non so se in questo sentiero ci sono mai stato. Forse sì, quando facevo le marce di Masone. Ma allora correvo e non avevo tempo di guardarmi in giro.”
A un bivio troviamo un cartello che indica la Cascina Troia, noi proseguiamo sui rombi gialli verso le case di Pian del Colle dove ci aspettano la strada asfaltata e un furioso abbaiare di cani (ore 14,45).
Un tornante dietro l’altro andiamo a costeggiare il Rio Masone dove, più in alto, c’è la Cascata del Serpente. Qui invece c’è un altro laghetto dove la gente va a fare il bagno.
“Mio nonno raccontava che alla cascata del Serpente si tuffava con un sasso per andare a fondo e pescare con le mani. Io alla cascata del Serpente ci andavo ma non mi bagnavo. Il bagno lo facevo in questo laghetto che è meno profondo ma forse è più grande e che ora dalla strada non si riesce a vedere perché è cresciuto il bosco.”
Oltrepassati i ruderi della Cartiera Savoi chiudiamo l’anello che si è sviluppato prima sul versante orografico sinistro del Rio Masone e poi su quello destro e percorriamo il tratto finale che è comune e ci riporta al piazzale della chiesa dove, per fortuna, troviamo la macchina in ombra (ore 16).
17 i chilometri percorsi, 860 i metri di dislivello, una bella gita non particolarmente adatta nel pieno dell’estate ma molto bella nelle stagioni intermedie.


27 luglio 2014 – VALLE DEL ROSTO da Acquabianca

Gianni, Franca (41 partecipanti)

Quella di oggi è una gita insolita e particolare. “Una camminata storico-didattica nella Valle del Rosto” come è definita nel volantino di Urbe che porta i loghi del Comune, della Pro Loco, della Croce Rossa e della Protezione Civile. L’appuntamento è alla Chiesa di Acquabianca alle 9,30.
Il tempo che questa mattina presto era così e così sta migliorando.
I partecipanti arrivano alla spicciolata e alla partenza siamo in 41. Più Cloe, che è un bel cane fulvo al seguito di due simpatiche ragazzine. Ci sono parecchi giovani e anche qualche straniero, i “capi” e anche i rappresentanti della Croce Rossa. Non si sa mai …
Il programma prevede un giro ad anello sulle due sponde del torrente Rosto. Un territorio, la Possa, ancora di proprietà dei marchesi Raggi, ormai abbandonato ma dove una volta vivevano, sparse in numerose cascine, tante famiglie che tenevano le bestie e coltivavano a mezzadria. Manenti dei Raggi.
Risaliamo la strada che dalla chiesa porta alla Colla e seguendo il segnavia dei tre pallini gialli scendiamo al Rio Rosto. Il ponte che lo attraversava è crollato una ventina di anni fa. I due piloni laterali, risparmiati dalla piena, si alzano inutili dal greto del torrente.
La nostra guida, parca di parole, si ferma a radunare la truppa e prima di attraversare il corso d’acqua, con una breve deviazione ci accompagna a Ca’ Rosto. Ancora in ordine nonostante sia stata abbandonata e con il tetto rifatto di recente per paura che crolli.
Dietrofront ora, si torna nel bosco ampio e pianeggiante che costeggia il Rosto. Gli alberi alti e slanciati sono attraversati da una comoda mulattiera.
Visto che il ponte è crollato, per portarci sull’altra sponda ci aspetta un bel guado, per fortuna tranquillo visto che negli ultimi giorni non ci sono state grandi piogge. E dopo il guado saliamo inerpicandoci nel folto. I grandi massi che costeggiano il sentiero sono tappezzati di muschio e circondati da ciuffi di felci.
Siamo a Ca’ Batin, senza tetto, brandelli di pareti sopravvissute e seminascoste dai faggi che l’hanno circondata.
Poco più in alto incrociamo il sentiero che sale al Dente (triangolo pieno giallo) e lo seguiamo fino a giungere alla Gattazzè. Irriconoscibile rispetto alle vecchie foto che ci mostrano un grande casa (il casino di caccia dei marchesi), una più piccola per il custode e la splendida cappelletta a forma circolare. In una bella e ampia radura. Irriconoscibile anche da come l’avevo vista io una trentina di anni fa, sopravvissuta a un incendio ma ancora al centro di un ridente prato.
Ora la radura non esiste più e soffocate dal bosco sono rimaste poche macerie dell’abitazione più grande mentre la cappella è ancora miracolosamente in piedi. Ma per quanto? Si è parlato di promuovere un’iniziativa per salvare questo piccolo ma bellissimo capolavoro di architettura e spero che si possa arrivare in tempo.
Abbandoniamo il triangolo giallo e proseguiamo nel bosco su quella che una volta era una strada frequentata e ordinata e ora è un sentiero disseminato di rami spezzati. La guida davanti al gruppo ci fa strada e i volontari della Croce Rossa stanno in coda a controllare che nessuno si perda. A ogni passo il cra cra dei legni spezzati.
Ho tempo di pensare. E anche di farmi prendere da una sorta di malinconia.
In questa valle, come in altri luoghi isolati, tutto è stato lasciato come quando è stato abbandonato. Il tempo però non si è fermato e ha voluto un suo prezzo: le radure inghiottite, i sentieri distrutti, le case in macerie. Eppure sono passate solo poche decine di anni. Nei miei pensieri vedo campi coltivati a grano e patate, mucche al pascolo e tanta gente e tanti bambini che affollano questi posti così diversi da come li vedo ora. Un giardino, qualcuno ha detto, sembravano un giardino. Non è rimpianto per un mondo dove povertà e fatica la facevano da padroni ma la consapevolezza che non solo il passato ma anche il ricordo del passato è andato perduto.
Alle 12,10 siamo a Ca’ Agrifoglio, abbandonata anche questa negli anni ’60 e dove viveva una ventina di persone. E’ ora di pranzo e ognuno di noi si cerca un masso per sedersi e mangiare un boccone. Lame di luce filtrano tra le fronde, tutto il resto è in ombra.
Ci rimettiamo in cammino. Il cra cra dei legni spezzati continua e a volte dobbiamo aggirare il sentiero per l’intrico dei rami. A terra sono disseminati piccoli e grandi sassi. Avete mai visto quei mucchi di sassi che si trovano lungo i sentieri? Erano per la “posa”, per posare i carichi che avevano in spalla e riposarsi un po’.
Più avanti vedo qualche rudere, credo che si tratti di Ca’ Aberghin. Chi ci accompagna sa tutto di questi posti dove viene a cercare funghi e oggi magari si sente in castigo perché deve seguire solo il sentiero.
Ora si sale. Sento Gianni che sta chiacchierando e parla di Napoleone. Chissà se i soldati di Napoleone che nell’anno 1800 hanno combattuto non lontano da qui sono arrivati anche nella valle del Rosto … fatto sta che è uscito il ricordo di una trisnonna che li aveva visti e ne aveva paura …  Eh già, avevano paura perché i soldati di Napoleone campavano di razzie. E Dio sa se i poveri abitanti del posto avevano bisogno di essere derubati del poco che c’era.
Ecco Ca’ Batun e, sorpresa, il fuoristrada della Croce Rossa. Che ci fa qui? A tutti viene chiesto se è gradito un passaggio. Intanto arrivano i militi in divisa rossa con la coda del gruppo e qualcuno approfitta dell’inaspettato aiuto per salire a bordo.
Il sentiero diventa una carrareccia che scende ad attraversare il guado in cemento sul Rosto e risale ripida. Sotto la strada passa l’acquedotto. Ci avviciniamo alla civiltà quando incontriamo una strada asfaltata e ci tuffiamo nuovamente nel passato per visitare Ca’ Iovina. Due case, abbandonate forse in tempi più recenti. Nella più grande una nicchia a volta con la cappelletta dove in qualche occasione veniva celebrata la messa. Entro e visito le stalle. Poi salgo la scala esterna in pietra e mi fermo sulla soglia: il pavimento in tavole di legno sembra precario.
Ho pregato tutto il giorno e non vorrei … commenta un addetto alla sicurezza.
Ma non è successo niente!
Non è successo niente perché ho pregato
Ormai siamo in dirittura di arrivo, attraversiamo un grande campo recintato che dopo l’ombra del bosco è un’esplosione di luce, raggiungiamo la Colla e poco dopo le 15,30 siamo in paese. Ci aspettano le frittelle preparate nel bel locale adiacente alla scuola di Acquabianca.
L’escursione è terminata, 11 i chilometri percorsi, 400 metri il dislivello, 4 ore di cammino effettivo.
Un grazie a tutti i volontari che si sono dati da fare e ci hanno regalato un’organizzazione super e una gita bella e interessante.


11 luglio 2014 - BRIC DENTINO, BRIC DEL DENTE e M. GIALLO dal Sambughetto (sella ovest del Geremia)

Gianni, Franca

Un’altra mezza gita in questo strano inizio di estate. A Vara questa mattina il cielo era terso e limpido tanto che siamo partiti di corsa sembrandoci un delitto restare a casa ma al Faiallo il nostro entusiasmo è stato gelato dalla vista del mare di nubi che copriva il versante marino.
Alle 8,45, alla sella tra il Geremia e il Monte Giallo, ci mettiamo in cammino sull’Alta Via in direzione ponente e subito incontriamo i primi caprioli. Quest’anno ne avevamo notato l’assenza e ci eravamo fatti l’idea che ce ne fossero meno, ma qui sul Monte Giallo ne avvistiamo parecchi. Sugli alti steli dell’erba le zecche, che vivono in simbiosi con i caprioli, saranno certamente in agguato nell’attesa di nuovi ospiti: abbiamo fatto male a mettere i calzoni corti. Sole e nebbia si alternano a ritmo serrato.
Tre quarti d’ora dopo siamo alla Sella del Barnè, di nuovo a un passo dalla provinciale, e prendiamo il sentiero del rombo giallo per Rossiglione. L’idea è quella di fare un anello intorno al Dente che ora contorniamo lungo le pendici nord-est. Due escursionisti ci superano in velocità e sono gli unici che incontreremo nel nostro giro.
Passiamo attraverso la Porta del Dente e Gianni, rovistando tra i ricordi dell’infanzia, scopre che era passato di lì la bellezza di 65 anni fa. Il sentiero poco dopo si congiunge con quello del triangolo giallo vuoto proveniente da Campoligure mentre una deviazione con il segnavia di tre pallini gialli porta al Bric del Dentino (o Saliera) che è la nostra prima meta (ore 10,30). La nebbia si disinteressa di questo cocuzzolo riparato dalle cime più alte e più vicine al mare e ci lascia godere il panorama su Acquabianca, Masone, Tobbio, Figne e Punta Martin.
Torniamo sui nostri passi e poi seguiamo il triangolo giallo vuoto per il Dente (ore 11,10). Nonostante sia luglio, grazie alle piogge e alla temperatura per niente estiva, l’erba è ancora verde. Sbuffi di vapore avvolgono il cippo e la croce trasparente e il mare si indovina soltanto.
Per paura di scivolare evitiamo la “diretta” e scegliamo il più lungo e dolce sentiero delle due crocette rosse per Fiorino che raggiunge l’Alta Via e ci accompagna fino alla Sella del Barnè. Ora dobbiamo risalire sul Monte Giallo e anche se mezzogiorno è passato decidiamo di toccarne la cima che si alza poco sopra il sentiero. Nessuna traccia tra l’erba alta. Ultima discesa con il Forte Geremia davanti a noi, i dirupi sula provinciale del Faiallo, qualche fugace schiarita sul mare. Alle 13 siamo di ritorno alla macchina. 7,5 chilometri lo sviluppo, 570 metri il dislivello tenuto conto dei saliscendi e poco più di 3 ore il cammino effettivo.


17 maggio 2014 - BRIC DEL DENTE da Fiorino

Stefano

In questo periodo sono un po’ pigro: ho voglia di camminare ma mi pesano i lunghi viaggi in macchina. Del resto, di fronte a casa mia, si snoda una fitta rete di itinerari escursionistici perfettamente segnati e le montagne del Parco del Beigua, sebbene non paragonabili alle cime alpine, offrono comunque scorci paesaggistici di tutto rispetto.
Un percorso molto caratteristico è quello che da Fiorino sale al Bric del Dente e che conduce in luoghi inaspettatamente aspri e solitari a pochi chilometri dalla città. Sono passati ben venticinque anni dall’ultima e unica volta che l’ho fatto: i ricordi sono un po’ vaghi ed è giunto il momento di rinfrescare la memoria.
Con la macchina risalgo da Voltri la stretta e incassata Val Cerusa fino al piccolo paese di Fiorino. Il vergognoso sfruttamento edilizio che ha fatto scempio delle colline genovesi qui non è mai arrivato: l’ambiente è ancora incontaminato e incredibilmente selvaggio.
A Fiorino, però, mi aspetta una brutta sorpresa: l’odiosa maccaja, eterna piaga della Liguria, fa beffardamente la sua comparsa dopo giorni di tramontana e di cielo pulito. Mi vien quasi voglia di tornarmene a casa! Poi il tempo fortunatamente si aggiusta grazie a un flebile refolo settentrionale in quota che contrasta l’ingresso dell’aria di mare: ma devo sbrigarmi perchè su questi monti il meteo cambia assai più velocemente che sul Cerro Torre!
Dal capolinea dell’autobus (m. 244) poco sotto la chiesa inizia il segnavia (due croci rosse). Una stradina asfaltata conduce alle Case Cascinotto (m. 300), dopodichè diventa sterrata. A un certo punto, sulla destra, si stacca una bella mulattiera che sale alle Case Ferriere di Sopra (m. 406). La mulattiera procede a mezzacosta nell’alta Valle del Cerusa in un contesto paesaggistico molto suggestivo: sembra di stare in una piccola vallata alpina.
Oltrepassata la diruta Casa Cava Grande e guadato un piccolo ruscello, il sentiero si inerpica assai ripido tra erba, massi e cespugli fino a raggiungere l’esile costone sud-orientale del Dente (Costa di Terra Sottile o Giassi del Dente). Dopo una secca svolta a destra, si segue più o meno fedelmente la cresta traversando dapprima sul fianco destro (est), poi sul più scosceso fianco sinistro (ovest): non vi sono difficoltà ma è un itinerario da non percorrere in caso di pioggia, erba bagnata o, peggio ancora, ghiaccio e neve.
Dopo un’ultima ripida rampa sbuco sulla strada provinciale del Faiallo che guasta un po’ la bellezza della salita. La percorro brevemente in discesa fino alla Sella del Barnè (m. 894) dove imbocco il sentiero (segnavia: due croci rossi e bandierine bianco-rosse dell’Alta Via) che risale a tornanti il versante orientale del Bric del Dente. Più in alto, una variante segnata con una tacca rossa permette di evitare l’aggiramento lato sud della montagna e di raggiungerne la vetta (m. 1107) con un percorso più logico e diretto. Batuffoli di maccaja salgono pigramente dal mare per poi sfilacciarsi sotto i raggi del sole.
Una volta esisteva un secondo itinerario Fiorino-Bric del Dente (segnavia: rombo rosso) che tagliava con uno spettacolare mezzacosta il versante opposto della valle e che raggiungeva la strada del Faiallo sul lungo rettilineo del Passo della Cerusa (m. 939): era perfetto per un’escursione ad anello. Purtroppo da anni è in stato di totale abbandono e attualmente è di difficile percorribilità per via della vegetazione.
Con una veloce discesa, coronata da un bel capitombolo nel finale, faccio ritorno alle case di Fiorino. E’ stata una bella gita: in questa piccola valle, così vicina alla grande città eppur così impervia e appartata, il tempo sembra un po’ essersi fermato.


14 aprile 2014 - BRIC DENTINO da Masone (ritorno a Tiglieto)

Stefano

A distanza di una settimana, altra bella traversata tra lo Stura e l’Orba: l’idea iniziale era quella di salire al Reixa da Masone per poi scendere a Vara Inferiore ma la fitta nebbia sullo spartiacque mi ha poi fatto dirottare verso la più soleggiata Tiglieto. Come la volta scorsa raggiungo Masone insieme ai miei genitori che stanno tornando a Genova.
Dal centro del paese salgo alla chiesa parrocchiale (m. 433), scendo al sottopasso dell’autostrada e seguo la stradina asfaltata che si inoltra nella valle del Rio Masone. Il tempo è ancora bello ma alcuni batuffoli a ridosso del crinale preannunciano un rapido peggioramento. Lascio sulla destra l’itinerario per la Cascata del Serpente e per il Bric Dentino (tre pallini gialli) e proseguo lungo la strada (due rombi vuoti gialli) che termina alla cascina di Pian del Colle (m. 616) adagiata in una verdissima conca ai margini del bosco. Da qui inizia una bella mulattiera che sale nella faggeta e che sbuca sulla provinciale del Faiallo presso la sella tra il Bric Geremia e il Monte Giallo (m. 780).
Svolto a destra e seguo l’Alta Via che si inerpica lungo il filo dello spartiacque tagliando poi il versante meridionale del Monte Giallo. La maccaja, che al primo mattino stagnava immobile nei bassi strati sopra Genova, si è sollevata come l’acqua in una pentolone in ebollizione: sul crinale grava una fitta nebbia accompagnata da fredde folate di vento. Non piove ma ugualmente ho tutti i vestiti bagnati.
Alla Sella del Barnè (m. 894) abbandono l’idea di salire al Reixa e scendere a Vara, prendo sulla destra il sentiero per la Colla di Masca (o Passo Fruia) e mi allontano il più in fretta possibile dal patagonico spartiacque. Con una breve deviazione salgo al Bric Dentino (o Bric della Saliera, m. 976) che si innalza sulla dorsale Stura-Orba. Qui il tempo è decisamente migliore: il vento è calato d’intensità e le nubi, dopo aver scaricato sul Dente tutto il loro carico di umidità, viaggiano alte e sfilacciate andandosi poi a dissolvere sopra le ultime propaggini dell’Appennino e l’inizio della pianura.
Dal Dentino proseguo fino alla Colla di Masca (o Passo Fruia, m. 821) dove imbocco la pista sterrata che conduce al Valico della Crocetta sopra Tiglieto. In località Morbetto (m. 830) svolto a sinistra su un sentiero non segnato che scende verso la Valle dell’Orba trasformandosi più in basso in pista forestale. A quota 530 sbuco sulla provinciale Acquabianca-Tiglieto nei pressi delle Case Matellona.
Breve risalita su asfalto fino alla Colla Minetti (m. 552), dopodichè sentiero segnato con il triangolo giallo che scende alle Case Gerla, guada un ruscello e procede a mezzacosta tra i prati verdissimi, i faggi e le antiche cascine. Oltrepassate le Case Reborina (m. 480), abbandono il triangolo giallo e mi riporto sulla provinciale ormai in vista della chiesa di Tiglieto (m. 500). Ancora pochi passi e faccio ritorno a casa, ben felice anche questa volta di non dover mettermi a guidare.


7 aprile 2014 - BRIC DEL DENTE da Masone (ritorno a Tiglieto)

Stefano

Stamattina i miei genitori tornano a Genova e io ne approfitto per farmi dare un passaggio fino a Masone. Scendo dall’auto a Villa Bagnara, faccio colazione in un bar e mi appresto a tornare a casa a Tiglieto passando per il Bric del Dente. Sono le 7.40 e il tempo è splendido: sulle sponde dello Stura l’aria è frizzante ma già si intuisce che in giornata si toccheranno tranquillamente i 20 gradi.
Sopra la chiesa parrocchiale (m. 433) imbocco Via Cascata del Serpente che passa dapprima sopra il Borgo Molino per poi scendere fino al sottopasso dell’autostrada. Superato il sottopasso, abbandono l’itinerario per la Cascina Troia e per il Bric Dentino (segnavia tre pallini gialli) e prendo sulla destra una stradina sterrata dalla quale si stacca subito un sentiero (segnavia due quadrati pieni gialli). In breve raggiungo alcune casette situate in splendida posizione su di un verde poggio panoramico (località Pianazzo, m. 547).
Poco sopra inizia una larga mulattiera che sale nella pineta con belle vedute sul versante nord del Dente. All’uscita del bosco mi accoglie un’amena radura punteggiata da pini nani e ornata da cespugli di Erica fiorita (Collina Badè, m. 785). Inizia ora un lungo tratto di sentiero a mezzacosta sul versante settentrionale del costone che si innalza tra il Rio Masca e il Rio Masone. Il sentiero raggiunge la dorsale di spartiacque Stura-Orba in corrispondenza della Colla di Masca (o Passo Fruia, m. 821), crocevia di antiche mulattiere e di piste forestali. I due quadrati gialli terminano qui: d’ora in avanti seguirò il triangolo vuoto giallo proveniente da Campoligure.
Un bel sentiero percorre con dolci saliscendi la sommità della dorsale in direzione sud, taglia le pendici orientali del Bric Dentino (o Bric della Saliera, m. 976) e attacca d’impeto le ripide rampe erbose del Dente: alle 10 in punto raggiungo il cippo di vetta (m. 1107) posto sul caratteristico spuntone roccioso a forma di dente che dà il nome alla montagna.
Per arrivare a Tiglieto scelgo il sentiero segnato con un triangolo pieno giallo. Abbandonata l’Alta Via, scendo tra i faggi nella valle del Rio Baracca, racchiusa tra il crinale Saliera-Dente-Costa della Cerusa e la dorsale dei Praioli. Guadato il Rio Baracca, seguo una pista forestale che procede a mezzacosta sul versante sinistro orografico della valle e che porta all’antico nucleo di case di Gattazzè (m. 702).
Sorto agli inizi del Settecento per volontà dei Marchesi Raggi, proprietari dell’Abbazia di Tiglieto e dei suoi possedimenti, venne edificato in posizione strategica lungo un’importante via del sale, del ferro e del legno. Sul finire dell’Ottocento, con la chiusura delle ferriere e con la nascita di nuove strade che prediligevano i fondovalle ai crinali, iniziò per Gattazzè un inesorabile declino. Oggi si trova in uno stato di totale abbandono e di estrema rovina: il bosco è avanzato inesorabile e ha invaso i prati che circondavano le case, il Palazzo di Caccia dei Raggi (andato a fuoco nel 1968) e la cappella circolare. Ventisette anni fa, quando son passato qui per l’ultima volta durante una gita al Dente da Acquabianca, ricordo che i ruderi e la cappella si trovavano ancora allo scoperto ai margini di un grande prato: in ventisette anni il bosco si è mangiato tutto.
Da Gattazzè seguo sempre il triangolo giallo fino al laghetto della Chiusa dove convergono il Rio Rosto e il Rio Baracca. Qui la situazione si complica perché devo effettuare due guadi consecutivi: il secondo guado si rivela molto difficoltoso e ne esco coi piedi un po’ bagnati.
In breve raggiungo la località Ferriera (m. 529) e poco dopo sbuco sulla strada provinciale Acquabianca-Tiglieto al confine tra le province di Genova e Savona. Percorro un chilometro di asfalto fino alla Colla Minetti (m. 552) e imbocco la mulattiera che scende tra i prati verdissimi fino alle Case Gerla. Attraverso ancora un piccolo ruscello e, dopo aver abbandonato il triangolo giallo che conduce al ponte di Badia, mi riporto sulla provinciale a due chilometri da Tiglieto (m. 500). Alle 12.20 faccio ritorno a casa giusto in tempo per mangiare: che bello, per una volta tanto, non dover salire in macchina e guidare!


4 settembre 2010 - BRIC DEL DENTE dal Passo del Faiallo

Stefano e Chiara

Siamo partiti dal Passo del Faiallo alle 13.30 ed abbiamo seguito il tracciato dell'Alta Via che scende al Passo della Cerusa sulla strada provinciale.
Abbiamo constatato la grande maleducazione di alcuni fungaioli che hanno tappezzato il bosco sotto il Faiallo di cartacce, fazzoletti, sacchetti ed immondizia di ogni genere. Non tutti purtroppo conoscono il rispetto per l'ambiente e per la montagna ed è una constatazione che si rinnova ogni anno. C'è solo da augurarsi che i funghi finiscano presto.
Dalla strada asfaltata abbiamo imboccato il sentiero dell’Alta Via che risale la dorsale sud-occidentale del Dente ed in breve siamo giunti in vetta.
Benchè la giornata non fosse limpida come quelle che l’avevano preceduta, la vista dalla cima era comunque bella.
Al ritorno siamo scesi alla Sella del Barnè dove abbiamo preso il sentiero segnato con un rombo giallo (diretto a Rossiglione) che risale a mezzacosta il versante settentrionale del Dente, scavalca la cresta nord alla Porta del Dente e raggiunge la dorsale Dente - Bric Dentino poco a sud di quest'ultimo.
Infine, seguendo l'itinerario segnato con tre pallini gialli che percorre a mezzacosta il versante nord-occidentale del Dente, siamo ritornati sulla strada asfaltata al Passo della Cerusa e da qui in breve al Faiallo.


31 agosto 2010 - BRIC DEL DENTE da Masone

Gianni e Franca

Tempo splendido e cielo limpido con tramontana. Ottima visibilità.
Partiti dalla Chiesa di Masone alle 10,05 abbiamo seguito i tre pallini gialli che conducono al Bric Dentino o Bric della Saliera. Il percorso segue il vallone del Rio Masone delimitato a sud-ovest dal massiccio del Bric del Dente.
Dopo aver osservato i resti della cartiera Savoi fatta costruire nel 1600 dagli Spinola, abbiamo raggiunto la cascata del Serpente e l'omonimo lago incassato nella roccia. Il sentiero prosegue e raggiunge la cascina Troia, ora trasformata in rifugio, circondata da prati attrezzati ad area pic-nic. A questo punto inizia il tratto più ripido, uno stretto e tortuoso sentiero nel bosco di roveri che segue i tralicci dell'energia elettrica fino al Colle della Saliera che abbiamo raggiunto alle 10,30. Da qui abbiamo potuto ammirare il panorama sulla Valle Stura da una parte e sul gruppo del Beigua dall'altra.
Seguendo la dorsale che divide la Valle Stura da quella dell'Orba e lasciandoci alle spalle il Bric Dentino, alle 13,15 siamo arrivati in cima al Dente dove abbiamo goduto di un bel panorama a 360°. Dalle Apuane alla Palmaria, Elba, Capraia, Gorgone e Corsica. Dall'intero arco alpino a tutto l'Appennino.
Alle 13,45 abbiamo iniziato la discesa prima seguendo le due croci rosse e poi i segni dell'Alta Via con piacevoli saliscendi tra l'erica fiorita fino al forte Geremia. Dal Geremia abbiamo seguito la sterrata di servizio al forte che ci ha condotto attraverso il versante padano alla Cappelletta di Masone (ore 16). Veloce discesa su strada asfaltata fino al paese di Masone.


Cliccare per le immagini

Cliccare per le immagini


Agosto 1987 - M. DENTE da Campoligure per Vara Superiore

Gianni Franca Stefano

Terrificante camminata sotto il sole! Il percorso passa alle pendici del M. Pavaglione, Saliera, M. Dente, Faiallo, Vara Superiore. Tanta fatica! Molto caldo.


Luglio 1987 - M. DENTE dall'Acquabianca

Gianni Stefano

Gita effettuata interamente nella nebbia. Non abbiamo visto niente! In compenso abbiamo trovato quattro funghi.

 

lemiegite :   home   /  data per data   /  i monti   /  gli anni '60  /   le traversate   /   lo sci